1.1 La vera natura della “realtà”

Trascrizione della lezione

Riconoscere l’illusione per creare la propria verità

Ciò che chiamiamo “realtà” è, da sempre, al centro di domande profonde. Che cos’è, davvero, ciò che percepiamo? Quello che vediamo con i nostri occhi, tocchiamo con le mani, giudichiamo “vero” perché condiviso da altri… è davvero reale? Oppure è solo un’immagine, un’illusione così ben costruita da sembrare solida?

Per millenni la filosofia ha cercato risposte a questa domanda. Platone, già nel IV secolo a.C., ci offriva una potente metafora nel suo celebre mito della caverna. Secondo la sua visione gli uomini sono incatenati fin dalla nascita in fondo a una grotta, costretti a guardare il muro di fronte a sé. Alle loro spalle, un fuoco proietta le ombre di oggetti mossi da altri uomini. Quelle ombre, per i prigionieri, sono la realtà. Non conoscono altro. Ma quelle immagini, in realtà, sono solo riflessi, apparenze. Solo chi si libera, esce dalla caverna e si espone alla luce del sole, può finalmente cogliere che si trattava di un’illusione.

Paradossalmente, colui che ha dissolto le catene, quando torna nella grotta per raccontare la verità, non viene creduto. Così Platone ci avvertiva: ciò che percepiamo non è la realtà, ma una sua proiezione; si può giungere alla verità, ma non si può trasferire la consapevolezza ad altri che non abbiano a loro volta sciolto le proprie catene.

Anche nella cultura orientale troviamo un concetto simile: il velo di Māyā, descritto nei testi vedici e ripreso dalle scuole filosofiche dell’India. Māyā è l’illusione del mondo fenomenico, ciò che ci fa credere che la realtà sia fatta di forme separate, quando in verità tutto è uno, tutto è energia in continuo mutamento. Solo chi solleva quel velo può intravedere l’essenza oltre l’apparenza.

Tutto è energia

La fisica moderna ci ha anche insegnato che la materia non è solida. Anche ciò che sembra compatto è, in realtà, vuoto quasi assoluto.

Prendiamo un atomo, l’unità base della materia: è composto da un nucleo minuscolo (protoni e neutroni) e da elettroni che gli ruotano intorno. Se il nucleo fosse grande come una biglia, gli elettroni orbiterebbero a centinaia di metri di distanza. Tutto lo spazio intermedio è vuoto. In realtà, l’atomo è per oltre il 99,9999999% vuoto.

E questo schema si riflette anche nel cosmo. Le galassie, i sistemi solari, gli stessi pianeti orbitano in un vasto spazio praticamente vuoto. Ma c’è di più.

Nel 1998, grazie a osservazioni astrofisiche condotte con strumenti come il satellite Hubble, è stato scoperto che la materia visibile – tutto ciò che vediamo: stelle, pianeti, polveri – costituisce meno del 5% dell’intero universo.
Il resto è composto da:

  • circa 27% di materia oscura (una forma invisibile, non ancora compresa, che interagisce gravitazionalmente),
  • circa 68% di energia oscura, che sembra essere responsabile dell’espansione accelerata dell’universo.

Questo significa che oltre il 95% della realtà cosmica ci è ancora sconosciuto. Una proporzione sconcertante, eppure coerente con un altro dato poco noto, ma sorprendente!

Dopo la mappatura completa del genoma umano, conclusa nel 2003 con il progetto Human Genome, gli scienziati scoprirono che solo una piccola percentuale del DNA codifica proteine. Circa l’1-2%. Il resto – il 98-99% – venne inizialmente chiamato junk DNA, DNA spazzatura, perché sembrava non avere funzione. Oggi si sa che quel DNA contiene sequenze regolatorie, codici non ancora compresi, forse essenziali per l’evoluzione e la coscienza stessa.

Due mondi diversi, quello del macrocosmo e del microcosmo biologico, ma lo stesso schema: conosciamo solo una piccolissima parte. Il resto è invisibile, ma potente.

La realtà cambia se la osservi

Nel XX secolo, la fisica quantistica ha portato conferme straordinarie a queste intuizioni millenarie. Esperimenti affascinanti – forse ancora troppo poco noti – hanno scardinato le certezze della fisica classica, mostrando che la realtà non è oggettiva, ma dipende dall’osservatore.

Secondo la fisica quantistica, la realtà non è fissa, oggettiva e indipendente da chi la guarda. Al contrario: cambia a seconda che venga osservata oppure no.

Questa intuizione, ormai confermata da decenni di esperimenti, ha avuto una delle sue prime e più sconvolgenti dimostrazioni con il celebre esperimento della doppia fenditura, ideato da Thomas Young all’inizio dell’Ottocento e poi reinterpretato in chiave quantistica nel ventesimo secolo. Non è importante, qui, capire tutti i dettagli tecnici dell’esperimento. Ciò che conta è la scoperta che ne è emersa:

Prima di essere osservata,
una particella non è ancora diventata qualcosa di preciso,
è in uno stato indefinito


Esiste in uno stato indefinito, chiamato sovrapposizione: un insieme di possibilità.
È l’atto di osservare che “costringe” la particella a scegliere una forma, a collassare in una posizione definita.

Per capire meglio cosa significa, possiamo usare una metafora semplice.

Immagina di avere davanti a te un libro chiuso, con la copertina completamente bianca. Potrebbe essere qualsiasi cosa: un romanzo, un diario, una raccolta di poesie. Finché non lo apri, tutte queste possibilità esistono contemporaneamente. Ma nel momento in cui sfogli la prima pagina, il libro “sceglie” cosa diventare. È un romanzo. Il diario e la raccolta di poesie svaniscono. Non sei tu ad aver scritto il contenuto, ma è stato il tuo gesto di aprirlo a determinare quale delle possibilità si è resa visibile.

Nel mondo quantistico funziona allo stesso modo. La realtà è un campo di possibilità ancora aperte. Quando l’Osservatore guarda, la realtà prende una forma. Il semplice fatto di osservare modifica l’esito.

Questa conclusione, che può sembrare fantascienza, è invece uno dei pilastri della fisica moderna. È stata misurata, verificata, replicata. E porta con sé una conseguenza profonda: l’Osservatore non è neutro, ma parte attiva nella formazione della realtà. È colui che determina in quale forma materiale collassa la funzione d’onda.

La realtà non è un film già girato, che scorre da solo mentre noi guardiamo. È più simile a una pellicola che prende forma proprio mentre la stiamo proiettando.

Comprendere la vera natura della realtà è il primo passo per la rinascita consapevole. Se il mondo non è qualcosa che ci accade, ma qualcosa che parte da noi, allora possiamo partecipare alla creazione della nostra esperienza.

Questo non significa negare la realtà fisica, ma riconoscere che essa è solo uno degli strati. Dietro le forme visibili, c’è un campo invisibile, e da quel campo possiamo attingere, modificare, creare. Il primo passo è cambiare il modo in cui guardiamo.

Solleva il velo di Māyā.
Esci dalla caverna.
Smetti di rincorrere le ombre.
Così comincerai a ricordare che la vera realtà nasce dentro.